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DAN HILLIER

“Queste immagini dimenticate e questi ricordi lasciati in un angolo riscrivono un periodo magnificamente oscuro della storia, un periodo ricco di uomini-elefante e imbalsamazioni, morte e medicina. I lavori che ne risultano sono come cartoline spedite da Beardsley da una grande casa vittoriana, se quella casa fosse popolata da fenomeni da circo e frequentata da Werner Herzog.”

Dazed and Confused Magazine Aprile 2007

 

“These forgotten images and discarded memories re-write a gorgeously dark period of history, one full of elephant men and taxidermy, death and medicine. The resulting pieces are like postcards coming from Beardsley from a Victorian mansion – if the mansion was populated by circus freaks and Werner Herzog.”

Dazed and Confused Magazine April 2007

 

Dan Hillier a Officina da Camera

Entrare nel mondo di Dan Hillier significa lasciarsi coinvolgere in continui giochi di rimandi e assonanze, per poi rendersi conto che la realtà non è mai quello che sembra. Come un abile illusionista – dovremmo allora cercare di osservare le sue opere con la nostra parte più infantile e curiosa – l’artista evoca e sovrappone, creando stratificazioni e illusioni estetiche, nascondendo elementi ritenuti fino a poco prima fondamentali e aggiungendone di nuovi.
L’immaginario di Hillier prende spunto dalla solida borghesia vittoriana e dalle illustrazioni di fine Ottocento, per mescolarsi con dettagli ambigui e perfino fuori luogo: secchi e impettiti gentlemen ricevono nuova vita grazie all’aggiunta di lunghe e vigorose corna da cervo, oppure frigide fanciulle si trasformano in creature bestiali dal corpo di polipo. In questo modo, creando illusioni – e allusioni – Hillier mette in scena lo spettacolo della morte, sotto forma di teschi o scheletri: i primi diventano l’elemento-cardine per una composizione raffinata e sontuosa, sostituendosi a prelibate pietanze al centro di quei vassoi che tanto richiamano gli sfarzi culinari propri dell’epoca vittoriana; i secondi, resi indipendenti dai corpi, si atteggiano a dandy mostrandoci il loro vero volto.

Sembra di sfogliare “Una settimana di bontà”, il libro surrealista illustrato da Max Ernst con collage di illustrazioni ritagliate da feuilleton dell’ottocento per creare come dice Giuseppe Montesano “segnali devianti e pervertimenti del senso comune”. La storia di Hillier è segnata dal fascino delle vecchie illustrazioni che lui stesso colleziona in faldoni e valige di cartone d’altri tempi, illustrazioni mediche, animali esotici, paesaggi, borghesi a passeggio che si fondono fra di loro e creano metamorfosi e un senso di sommossa perenne del desiderio.

A tutto questo si unisce la passione e la ricerca di Hillier per la mistica orientale in particolar modo buddista e il suo passato di paziente tatuatore con l’henné indiana. Dee Kali si alternano a gentiluomini con teste di cervo in fuga da Shakespeariani scenari alla Falstaff.
Le opere sono composte da collage di immagini ottocentesche scansionate e integrate dal disegno a china per poi diventare matrici di stampa di raffinate serigrafie numerate.